di Oscar Iarussi
I simboli contano e narrano di noi, non solo quando si tratta di un teatro, come il Petruzzelli finalmente restituito a Bari e alla Puglia tutta. Anche le date sono importanti. Oggi, 29 ottobre, ricorre l’anniversario dell’esecuzione della condanna a morte di Domenico Cirillo, medico e patriota di Grumo Nevano, uno degli sfortunati protagonisti della rivoluzione borghese di Napoli 1799, che pure dalle nostre parti finì malissimo (Altamura distrutta dai sanfedisti). A Cirillo è intitolato il Convitto Nazionale di Bari, storica istituzione scolastica partecipe della rete di una quarantina di convitti italiani. I convitti, dapprima in gran parte ecclesiastici e quindi nazionalizzati dopo l’Unità d’Italia, garantivano la possibilità di studiare a ragazzi che altrimenti non avrebbero potuto permetterselo. A lungo costituirono un’ossatura delle classi dirigenti del Paese (tra i convittori, Mazzini e D’Annunzio).
Il «Cirillo» di Bari non fa eccezione. È un imponente, bellissimo edificio nel quartiere San Pasquale, cui si accede da una deliziosa piazzetta, un’oasi di quiete, improvvisamente vivificata – fino al caos – in coincidenza con la campanella di ingresso e di uscita. Perché il convitto, da sempre diretto da un «rettore», nel tempo si è trasformato in semiconvitto: le attività didattiche pomeridiane sono garantite da educatori, i quali raccolgono il testimone dei docenti mattutini, dopo l’orario di mensa.
A Bari il «Cirillo» è una delle rare occasioni educative pubbliche a tempo pieno, l’unica in grado di accompagnare un alunno dalla prima elementare al diploma liceale. Perciò i genitori che lavorano di pomeriggio e quelli che ambiscono a una formazione filiale ricca di opportunità fanno il possibile per accedere al «Cirillo» (chi scrive è tra costoro).
Ma da qualche anno il vero tempo pieno è diventato quello dell’inquietudine, perché i deficit, le incongruenze, le insipienze, le incertezze organizzative del «Cirillo» inevitabilmente si riverberano sulle famiglie, in particolare dei semiconvittori. Sono, quest’ultimi, gli iscritti che pagano una retta di circa millecento euro annui per la mensa e per le attività pomeridiane.
I problemi del «Cirillo», di cui il lettore barese sa grazie alle cronache di Antonella Fanizzi, somigliano a quelli di tante scuole, che non di rado sono prive persino dell’agibilità. Tuttavia il «Cirillo» riserva un che di emblematico nel diffuso disagio scolastico: è un’istituzione di eccellenza rapidamente precipitata in un vortice distruttivo. Col rischio concreto che a sopravvivere sia «il resto di niente», per dirla col titolo del romanzo di Enzo Striano dedicato a Eleonora Pimentel Fonseca, eroina della Repubblica Napoletana del 1799.
Come si spiega l’avvincendarsi di tre-quattro rettori del «Cirillo» nel giro di pochi mesi? E quali sono, se ci sono, le relazioni del convitto con gli enti territoriali preposti alle scuole, in primis la Provincia e il Comune di Bari? Le vecchie norme dei convitti, talora risalenti al fascismo, sono state qui «aggiornate» in base alle convenzioni previste da leggi più recenti? Il ruolo del consiglio di amministrazione resta ignoto al visitatore di www.convittocirillo.it, visto che la voce CdA non è «cliccabile». Mentre, sul medesimo sito web, il piano dell’offerta formativa risale all’anno scolastico 2005-06.
Da ultimo, quest’anno non è ancora partita la mensa. Non sarebbe agibile la cucina, in ogni caso troppo piccola per il numero dei semiconvittori – è stato ripetuto nelle riunioni che si susseguono, verbose e inutili. Parimenti, non sarebbero agibili alcuni degli ampi cortili per colpa di cornicioni pericolanti, che hanno il difetto di rendersi invisibili in cima a pareti... senza cornicioni. Risultato: bambini reclusi in classe.
Alcuni genitori cominciano a chiedersi dove finiscano i propri soldi, che intanto sicuramente impinguano salumerie forni supermercati bar, altrettanti improvvisati servizi di catering (fu bandita una procedura per la fornitura alimentare esterna, poi «rinviata»). Altri papà e mamme, desolati, stanno ritirando i figli dal semiconvitto e le rinunce sono nell’ordine delle centinaia.
Ieri è stata avanzata una proposta all’insegna del buon senso: la mensa riaperta soltanto per i più piccoli. «Sarà vero?», si chiedono i genitori, che hanno provato – invano – a mettere le rispettive competenze legali, mediche, alimentari, urbanistiche al servizio della scuola. Un’interrogazione sul «Cirillo» è approdata nei giorni scorsi alla Regione Puglia. Ma è ora che le autorità scolastiche - il rettore di turno e chi gli sta sopra - esprimano un punto di vista chiaro sulle disavventure e le sorti del convitto.
Una tradizione preziosa, un corpo docente tutt’oggi straordinario, educatori tanto validi quanto preoccupati della loro stessa sorte, le famiglie, e, su tutti, gli allievi hanno diritto a risposte nette e limpide sul futuro del «Cirillo». Che Bari non può e non vuole perdere, come testimoniano orgogliosi gruppi di ex «cirillini» su Facebook.
«Spero che non vi avrete a male se mi prendo la libertà di disturbarvi con pochi righi per rammentarvi che nessuno al mondo, fuori di voi, può salvare un essere infelice e innocente». L’incipit della domanda di grazia di Domenico Cirillo a Lady Hamilton, il 3 luglio del 1799, potrebbe essere mutuato oggi per la scuola che ne porta il nome. Che facciamo, la salviamo o la condanniamo a morte?